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CYBERSECURITY & AI

Attacchi con AI: per IBM cambia la velocità, non i fondamenti della difesa

Secondo Steve Wallin di IBM UK l'AI non inventa nuovi attacchi, ma riduce i tempi di reazione. Servono difesa proattiva, zero trust, resilienza e capacità di ripristino.

CY CyberNexus
13.10.2026 · 3 min di lettura
Attacchi con AI: per IBM cambia la velocità, non i fondamenti della difesa
Foto: SecurityWeek
  • Per IBM l'AI accelera gli attacchi noti, senza cambiare i fondamenti della sicurezza
  • Phishing primo vettore: 17% delle violazioni (IBM Cost of a Data Breach 2026)
  • Attacchi generati con AI poco oltre il 20% del totale
  • Servono zero trust, difesa proattiva e cyber vault per il ripristino

In un’intervista a SecurityWeek, Steve Wallin, director of core integration e responsabile dei R&D labs di IBM UK, sostiene che l’intelligenza artificiale non ha cambiato la natura degli attacchi informatici. Ha però ridotto in modo netto il tempo a disposizione dei difensori per reagire.

Il phishing resta il vettore principale

Secondo l’IBM Cost of a Data Breach Report 2026, il phishing è ancora il principale vettore d’attacco: è all’origine del 17% delle violazioni. L’AI permette di creare contenuti più personalizzati, con tassi di successo più alti. Può inoltre aiutare a individuare vulnerabilità, sfruttare il punto d’ingresso ottenuto con il phishing e ottenere privilegi più elevati per il movimento laterale, tutto con maggiore rapidità.

Per ora gli attacchi generati con l’AI sono una minoranza, poco più del 20% del totale. Per Wallin le aziende devono comunque rafforzare le difese prima che il fenomeno cresca ancora. «Permette agli attaccanti di fare le stesse cose di sempre, molto più in fretta e su scala maggiore», spiega.

Difesa proattiva e zero trust

Il punto di partenza è conoscere la propria postura di sicurezza. Wallin indica la difesa proattiva e la security by design, cioè la sicurezza progettata fin dall’inizio, al posto di interventi correttivi aggiunti dopo. Significa capire come funzionano gli attacchi, conoscere l’infrastruttura e il business e prepararsi a ogni scenario.

Lo zero trust, modello che non concede fiducia implicita a utenti o dispositivi e verifica ogni accesso, è per Wallin fondamentale per controllare credenziali, accessi e dati. Non si può più contare su un perimetro difensivo: lo zero trust va integrato in infrastruttura, applicazioni, punti di accesso API e gestione dei dati, partendo da ciò che conta davvero per l’azienda.

Sulla stessa linea John Kindervag, considerato il padre dello zero trust, autore del nuovo libro Cyber Resilience at Machine Speed: The Zero Trust Model for the AI Era. Secondo Kindervag, qualsiasi pacchetto generato dall’AI deve attraversare la stessa rete degli attaccanti di sempre, e uno zero trust implementato correttamente può ancora bloccarlo.

AI anche per la difesa, e capacità di recupero

Cambia soprattutto la probabilità statistica di una violazione, e quindi cresce il bisogno di resilienza. Secondo Wallin è sempre più difficile eliminare tutte le vulnerabilità sconosciute. L’AI difensiva può aiutare a stabilire priorità, gestire il rischio, automatizzare, scoprire e comprendere gli ambienti, per migliorarli in modo continuo.

Questo non esclude una violazione grave. Per questo la resilienza deve includere il recupero dei dati danneggiati e la continuità operativa. Serve una struttura di backup di tipo cyber vault, realizzabile internamente con air gap e tecnologia WORM (write once, read many), oppure acquisita all’esterno. Come esempio, la fonte cita il mainframe IBM Z, che offre un cyber vault per carichi di lavoro come banche e servizi finanziari, con validazione automatica, strumenti forensi e backup immutabili per testare e ripristinare rapidamente i dati corrotti.

La conclusione è che l’AI non ha cambiato i fondamenti della cybersecurity: ha reso più urgenti sicurezza by design, resilienza e recovery.

Fonte: SecurityWeek · Foto: SecurityWeek

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